Centro Studi e Ricerche Idos

Redazioni regionali

Fin dalla sua costituzione IDOS si avvale dell’apporto di redattori regionali, per lo più rappresentanti di organizzazioni locali. Si tratta di studiosi e operatori che curano gli approfondimenti alla luce delle esigenze operative e che si occupano anche di coordinare l’attività di sensibilizzazione imperniata sull’utilizzo del “Dossier” e delle altre pubblicazioni curate da IDOS.

Abruzzo

Luigi Gaffuri
Università degli Studi dell’Aquila
Dipartimento di Scienze Umane
Viale Nizza 14 – 67100 L’Aquila
luigi.gaffuri@univaq.it

A partire dagli anni ’70, l’Abruzzo registra un saldo migratorio positivo e, verso la fine degli anni ’80, diventa la regione più industrializzata del Sud d’Italia, iniziando a configurarsi come importante meta di approdo dei flussi migratori dell’intera area meridionale.
In questo contesto, la presenza balcanica ha sempre avuto un ruolo di primo piano e vi è sempre stata una netta prevalenza degli albanesi. Essendo il territorio adriatico (soprattutto la provincia di Chieti) il più vicino alla Puglia, esso ha accolto una parte dei numerosi immigrati provenienti dal paese balcanico che, una volta approdati in questa regione, si spostano nel resto d’Italia.
A livello territoriale, la provincia di Teramo accoglie il maggior numero di immigrati, seguita dall’aquilano, e anche l’incidenza sulla popolazione totale si rivela più consistente in queste due province. Merita poi di essere messo in luce il peso maggioritario della presenza femminile, soprattutto nella provincia di Pescara, a cui si aggiunge quello consistente dei minori e un non trascurabile livello nelle acquisizioni di cittadinanza, tra le quali prevalgono quelle concesse ai romeni per matrimonio e ai marocchini per residenza.

Basilicata

Paola Andrisani
Esperta delle migrazioni
paolaandrisani3@gmail.com

La Basilicata ha conosciuto a partire dall’anno 2000 una lenta ma costante crescita della popolazione immigrata. Questo incremento è andato di pari passo a un calo demografico che ha interessato la regione soprattutto per una riduzione delle nascite e un alto tasso di emigrazione verso altre regioni d’Italia, in particolare da parte di giovani con titolo di studio elevato. Quello della cosiddetta disoccupazione intellettuale sembra una caratteristica della regione, con la presenza tra i senza-lavoro di un folto numero di diplomati e laureati: ciò significa che il sistema produttivo del territorio non risulta in grado di offrire occupazione adeguata a persone in possesso di una formazione superiore.
L’immigrazione straniera, di consistenza molto modesta, non compensa il saldo migratorio interno negativo e, quindi, corregge solo parzialmente il calo della popolazione regionale. Su un piano generale, la Basilicata si conferma come una regione di passaggio per i flussi migratori destinati all’Italia settentrionale o addirittura al Nord Europa. Non stupisce, perciò, che l’incidenza sulla popolazione residente complessiva sia comunque tra le più basse d’Italia.

Calabria

Roberta Saladino
Dottore di Ricerca in “Storia Economica, Demografia, Istituzioni e Società nei Paesi del Mediterraneo”
saladinorobertalavoro@gmail.com

L’interesse degli immigrati per il territorio calabrese si è sempre fatto più consistente nell’ultimo decennio e ha incontrato una buona accoglienza. La Calabria, così, ha smesso prima i panni di terra di emigrazione e poi quelli di territorio di accoglienza e transito, per indossare le vesti di un luogo di inserimento stabile per molti cittadini stranieri che lasciano le proprie terre in cerca di migliore fortuna.
Il territorio calabrese quindi non conosce solo il protagonismo delle espulsioni e dei respingimenti alla frontiera, ma è protagonista anche nell’accoglienza degli immigrati e dei richiedenti asilo, in particolare riconoscendo nel 2006 lo status a oltre 1.000 richiedenti. All’interno delle Province calabresi è Reggio Calabria ad assorbire la quota maggiore di migranti, seguita da Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Da sottolineare la forte presenza della componente femminile, verosimilmente legata ai ricongiungimenti familiari e all’impiego di donne in attività di “badantato” e collaborazione domestica.
Nel corso degli anni la distribuzione dei cittadini non italiani ha assunto una configurazione più omogenea sul territorio, avvicinando tra loro le percentuali delle cinque province.

Campania

Rosa Gatti
Università degli Studi di Napoli
dott.rosa.gatti@gmail.com

Tra le regioni meridionali, la Campania è quella che registra il maggior numero di stranieri residenti. In particolare, nella provincia di Napoli (dove risiede quasi la metà dei cittadini stranieri della regione) si trova oltre un sesto di tutti gli stranieri residenti nell’intero Meridione d’Italia.
Diversi studi confermano come in questo decennio la Campania abbia acquisito tratti ben definiti riguardo alla presenza straniera, trasformandosi progressivamente da area di soggiorno temporaneo e transito verso altre aree del Paese, a regione con qualche capacità attrattiva e meta per inserimenti più o meno stabili, come mostrano, fin dai primi anni 2000, la progressiva riduzione dello scarto tra titolari di permesso di soggiorno e stranieri residenti, l’incremento delle iscrizioni scolastiche da parte di alunni stranieri e il numero crescente di ricongiungimenti familiari.
Oltre a queste caratteristiche, è lo stesso incremento in termini assoluti della presenza straniera a testimoniare come anche la Campania stia registrando un cambiamento riguardo ai flussi immigratori, con conseguente accresciuta incidenza sulla popolazione complessiva del luogo.

Emilia-Romagna

Pietro Pinto
Esperto delle migrazioni
pietro.pinto.bologna@gmail.com

Sandra Federici
Africa e Mediterraneo
s.federici@africaemediterraneo.it

L’Emilia Romagna è tra le regioni che registrano una maggiore presenza di residenti stranieri, sia in termini assoluti che in termini d’incidenza sul totale della popolazione, come anche spicca per incidenza di alunni stranieri sul totale degli iscritti nelle scuole locali. La regione è stata e continua ad essere una tra le aree più attrattive per gli immigrati, anche in provenienza da altre parti del Paese, per l’offerta di lavoro stabile e di una rete di servizi meglio rispondenti alle esigenze di tipo familiare.
Lo testimonia lo stesso incremento in termini assoluti della presenza dei cittadini stranieri, che dal 2002 al 2008 sono aumentati di 1 volta e mezza, con tassi di gran lunga superiori alla media regionale in alcune province (Ferrara, Ravenna e Piacenza, dove si è assistito invece a una triplicazione delle presenze nello stesso periodo). Più lento, invece, è risultato l’incremento nelle province storiche dell’immigrazione emiliana, come Bologna e Modena, quasi a indicare un processo di riposizionamento a livello territoriale della componente straniera.
A indicare la tendenza ad una permanenza stabile degli immigrati in regione è anche il dato sull’incidenza della componente femminile, passata a partire dal 2008 a una quota maggioritaria (50,1%), anche grazie al processo di ricomposizione dei nuclei familiari.

Friuli Venezia Giulia

Paolo Attanasio
Esperto delle migrazioni
paolo.attanasio@virgilio.it

Il Friuli Venezia Giulia, regione continentale e frontaliera, risente delle influenze culturali mitteleuropee e, nel contempo, per la sua specifica connotazione di ponte sull’Adriatico, costituisce l’ideale passaggio verso il resto d’Italia. Del resto, le Province di Udine e Pordenone sono le zone rappresentative di un entroterra industrializzato, che funge da richiamo per un’immigrazione di tipo produttivo e stanziale.
Mentre negli anni Ottanta si è sviluppata un’ospitalità di tipo emergenziale per stranieri, quasi esclusivamente uomini, in provenienza dall’Africa equatoriale e maghrebina, arrivati in prevalenza dal Sud del Paese e dal vicino Veneto, dall’inizio degli anni Novanta l’area orientale della regione ha registrato gli arrivi di consistenti gruppi di persone a bordo di gommoni provenienti dalle coste croate. In quegli anni sono transitate nel territorio anche numerose persone in fuga da situazioni di guerra e di forte tensione sociale che caratterizzavano la confinante penisola balcanica. Si comincia quindi a rilevare la presenza di altre nazionalità e dei primi minori non accompagnati.
Le province di Udine e Pordenone ospitano entrambe più di un terzo degli immigrati presenti in regione, provenienti soprattutto da Slovenia e Croazia, mentre più contenuta è la capacità attrattiva di Trieste e Gorizia, dove si concentrano invece migranti di breve periodo. Tuttavia è solo nella provincia di Pordenone che l’incidenza sull’intera popolazione locale tocca i valori più elevati.

Lazio

Raniero Cramerotti
Centro Studi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico
raniero.cramerotti@dossierimmigrazione.it

È certamente il potere di attrazione della Capitale a fare in modo che, fin dalle prime fasi della storia migratoria in Italia, la presenza straniera nel Lazio sia assai cospicua. Una presenza che ha posto per diversi anni questa regione al vertice nazionale per numero di stranieri residenti (sebbene, alla significativa incidenza percentuale degli immigrati sulla popolazione residente, si associ una contenuta preponderanza della componente femminile). Solo più recentemente l’accresciuta importanza di altre aree del Nord Italia ha fatto retrocedere il Lazio di qualche posizione, per numerosità di immigrati al proprio interno.
La città di Roma rimane ancora saldamente la capitale dell’immigrazione, conoscendo l’intero ventaglio delle provenienze nazionali con quasi 200 collettività immigrate, il che ne fa a tutti gli effetti una metropoli cosmopolita e multireligiosa, anche se il fatto di essere il cuore mondiale del cattolicesimo continua a giocare un ruolo importante anche sotto il profilo dell’immigrazione.

Liguria

Andrea T. Torre
Centro Studi Medì
Via del Molo 13/a, 16128 Genova
tel. +39.010.2514371 – fax +39.010.2512840
medi@csmedi.com

Deborah Erminio
Centro Studi Medì
Via del Molo 13/a, 16128 Genova
tel. +39.010.2514371 – fax +39.010.2512840
deborah.erminio@fastwebnet.it

Nel decennio 1985-1995 la Liguria è stata una delle principali aree d’approdo dei migranti, soprattutto provenienti dai paesi del Maghreb, grazie alla posizione geografica della regione, al confine con la Francia, e al porto di Genova, a lungo meta per gli immigrati nordafricani. Nonostante la situazione economica su scala regionale abbia fatto registrare sensibili sofferenze fin dagli anni Ottanta (emblematica è stata la crisi che ha colpito il porto di Genova), l’immigrazione verso il territorio ligure presenta i tipici tratti di un insediamento strutturale.
Il processo di ripresa economica regionale è stato caratterizzato da una serie di fattori, tra i quali l’avvio di nuove attività, la crescita di piccole imprese, la ripresa del settore edile e della cantieristica in generale (con la battuta d’arresto causata dalla crisi iniziata nel secondo semestre 2008). Oggi l’immigrazione in Liguria è caratterizzata dai flussi provenienti dai paesi dell’America Latina, in particolare dall’Ecuador, che sono arrivati a incidere per un quinto sul totale dei residenti stranieri, anche in virtù del legame quasi strutturale che questa collettività intrattiene fin dai primi insediamenti con il settore domestico e di cura.

Lombardia

Giovanni Franco Valenti
CESTIM
giovanni.valenti@legalmail.it

Elena Mauri
Ricercatrice  
elenamauri.a@gmail.com

La solidità della presenza immigrata in Lombardia è testimoniata dai numeri. Questa regione, la prima per entità delle presenze, ospita circa un quarto della popolazione straniera residente in Italia e si presenta come un’area indispensabile per lo studio del fenomeno migratorio e delle tendenze che lo caratterizzano.
I fattori attrattivi sono dovuti a ragioni di carattere prevalentemente lavorativo e, quanto alle provenienze dei cittadini stranieri, si conferma il primato dei paesi dell’Europa, soprattutto dell’Est, in linea con le più recenti dinamiche migratorie che hanno interessato il nostro paese.
La realtà migratoria della Lombardia la configura come un territorio complesso. Alle elevate capacità insediative, dovute in prevalenza all’economia regionale, fa da contrappeso un numero piuttosto elevato di stranieri in condizione irregolare, come testimonia il gran numero di domande presentate in occasione degli ultimi decreti flussi, a significare che le elevate opportunità d’inserimento offerte da questa regione, unitamente all’elevato tenore di vita condotto, sono accompagnate da un’importante necessità di ricorrere alla forza lavoro al di fuori dei parametri di legge e in misura superiore rispetto ad altre realtà.

Marche

Vittorio Lannutti
Università “G. D’Annunzio” Chieti – Pescara
Dipartimento di Economia Aziendale
vittoriolannutti@gmail.com

La presenza degli immigrati nelle Marche rappresenta una realtà significativa non solo dal punto di vista quantitativo (con il raddoppio delle presenze nel primo decennio del Duemila e un tasso d’incremento particolarmente accentuato nella provincia di Pesaro-Urbino), ma anche qualitativo, quando si considerino l’inserimento nel mercato del lavoro, la presenza sempre più crescente dei nuclei familiari e l’aumento degli alunni stranieri nelle scuole della regione.
Infatti, negli ultimi anni, nonostante si siano fatti sentire anche in questa regione gli effetti della crisi economica mondiale, soprattutto nel settore industriale, il trend di crescita della presenza straniera non sembra essersi arrestato.
A conferma della tendenza ad una stabilità degli immigrati presenti in regione, nel 2008 l’incidenza della componente femminile sul totale degli stranieri residenti ha raggiunto un equilibrio rispetto a quella maschile (50,9%). Infine, risulta ugualmente interessante il dato sui minori residenti, la cui quota continua a costituire circa un quarto del totale della presenza straniera.

Molise

Vincenzo Lombardi
Direttore degli Archivi di Stato di Campobasso e Isernia
v.lombardi@alice.it

Fin dall’inizio dei movimenti migratori in regione, nelle piccole province del Molise si è assistito ad una crescita costante dei flussi in arrivo di genere femminile, con percentuali di incidenza superiori di circa il 7% rispetto a quelle del resto d’Italia. Questa prevalenza di donne è legata in parte ai ricongiungimenti familiari e, per una quota più consistente, all’impiego lavorativo in attività di assistenza alle famiglie e cura alle persone anziane o malate. Neanche il Molise, purtroppo, sfugge alle tristi situazioni che accompagnano il lavoro degli stranieri in generale (e delle donne in particolare), per cui non sono mancati casi di assunzioni senza coperture assicurative e previdenziali o casi di donne che, giunte con l’obiettivo di un lavoro, sono rimaste imbrigliate nelle maglie dello sfruttamento, fino a giungere ai casi limite della tratta e della prostituzione coatta.
La popolazione straniera regolarmente soggiornante sul territorio molisano, in forte crescita sebbene marginale rispetto al totale italiano, è concentrata soprattutto nella provincia di Campobasso. È testimonianza di come le piccole comunità locali costituite dai comuni molisani offrano all’immigrato la possibilità di normalizzare il proprio vissuto, di ricongiungere il proprio nucleo familiare, di costruire nuove reti relazionali.

Piemonte

Roberta Ricucci
Università degli Studi di Torino
roberta.ricucci@unito.it

In questa regione gli attori pubblici e privati, già dall’inizio degli anni Ottanta, hanno dimostrato un’evidente attenzione ai bisogni degli immigrati e il territorio è spesso assurto a esempio per le iniziative d’integrazione promosse. È quanto confermano anche alcuni indicatori quali il consolidamento del processo di ricongiungimento familiare e l’aumento di alunni di origine straniera nelle scuole di ogni ordine e grado.
La distribuzione a livello provinciale si presenta differenziata in relazione sia alle caratteristiche del tessuto socio-economico dei vari contesti, sia al diverso grado di opportunità lavorative, abitative e di inserimento sociale che essi offrono, oltre che alla struttura delle reti sociali degli immigrati. In ogni caso, resta ancora forte l’attrazione esercitata dal capoluogo.
Se durante gli anni ‘90 il Piemonte conosceva la preminenza dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa e dall’Asia Centro Orientale, dagli inizi del 2000 si sono imposti i flussi dall’Europa dell’Est. Le attuali capacità attrattive di questa regione devono però essere lette alla luce del profondo riassetto del sistema produttivo, a lungo imperniato sulla grande industria e ora afflitto da una non trascurabile depressione economica, specialmente nei settori del mercato nei quali è elevata la presenza immigrata.

Puglia

Antonio Ciniero
Università del Salento
antonio.ciniero@unisalento.it

Silvia Rizzello
Ricercatrice
rizzellosilvia@gmail.com

Il fenomeno migratorio in Puglia ha mostrato caratteristiche eterogenee, con visibili cambiamenti nel corso degli anni. La regione non è più una zona esclusiva di approdi, come successe negli anni ‘90, ma rimane uno snodo importante (e contraddittorio) dell’immigrazione italiana, con interessanti esperienze di imprenditoria e tentativi legislativi d’avanguardia, da una parte, e tristi fenomeni di caporalato, clandestinità e sfruttamento, dall’altra.
La consistente quota di immigrati residenti conferma le possibilità di trovare lavoro in regione, anche se in condizioni spesso disagiate e con l’attrattiva di un guadagno troppe volte illusoria.
Naturalmente, anche la Puglia è stata colpita dalla crisi economica che ha coinvolto l’intero paese in questi ultimi anni: molte imprese nei settori trainanti dell’economia regionale sono entrate in crisi o hanno chiuso, ma le difficoltà si sono fatte sentire anche nelle campagne, dove il crollo dei prezzi alla produzione ha dato il via al reclutamento di “immigrati schiavi”, che per pochi euro al giorno lavorano in condizioni durissime, favorendo gli imprenditori disonesti del racket del pomodoro.
Sono le province di Bari e di Foggia a rappresentare i principali poli di attrazione per gli stranieri regolarmente residenti. Lecce, da parte sua, sembra la provincia più ambita dalla nuova migrazione. Meno evidente la presenza di migranti nelle province di Brindisi e Taranto, dove gli stranieri sono poco più di uno su cento residenti.

Sardegna

Gianni Loy
Università degli Studi di Cagliari
gloy@unica.it

Anche se con proporzioni assai diverse rispetto ad altre regioni italiane, anche per la Sardegna è possibile parlare dell’immigrazione come di un fenomeno strutturale, con profonde implicazioni nel tessuto sociale, culturale ed anche economico.
Dal punto di vista demografico è interessante considerare che la crescita della popolazione sarda sia dovuta non tanto al saldo naturale (costantemente negativo da alcuni anni) ma a quello migratorio, cioè grazie al contributo degli stranieri. Si tratta di una tendenza in atto ormai da alcuni anni, che ha visto trasformare progressivamente l’isola da territorio di transito verso altre destinazioni migratorie – in Italia o all’estero – a meta per la residenza elettiva, i ricongiungimenti familiari e, più in generale, per progetti di stanzialità territoriale di numerosi cittadini stranieri. La tendenza sembrerebbe destinata a crescere ulteriormente e pare confermata dai dati sui permessi di soggiorno e sulle concessioni di cittadinanza.
Esaminando i contesti provinciali, si può notare come tutti i territori abbiano aumentato le loro presenze di cittadini stranieri, specialmente la provincia di Sassari (che ingloba quella di Olbia-Tempio, di recente costituzione), seguita da Oristano, Cagliari e Nuoro.

Sicilia

Karim Hannachi
Università di Kore di Enna
karim.hannachi@gmail.com

Da circa un trentennio la Sicilia ha assunto il ruolo di “porta” che introduce i migranti africani all’Europa ed affida all’isola il ruolo di ponte fra culture, popoli e religioni. È una posizione nel segno della continuità storica, visto che la Sicilia è stata sempre il crocevia di migranti provenienti dall’Europa, dall’Asia e dall’Africa mediterranee per i più svariati tipi di incontri e di transiti.
Sebbene i riflettori dei media si accendano sull’immigrazione in Sicilia solo in occasione degli sbarchi, i dati confermano che l’isola è un territorio importante per verificare il grado di evoluzione del fenomeno migratorio. La quasi totalità degli stranieri (oltre 9 su 10) risiede in Sicilia per motivi di lavoro o familiari e ha quindi un progetto migratorio di inserimento stabile nel tessuto sociale della regione. Prevalgono le donne e i giovani, ed assume un certo rilievo il fenomeno delle seconde generazioni, visto che una quota importante di popolazione straniera risulta nato nel territorio.
La progressione di crescita dei migranti negli anni ‘2000 mostra come su tutta l’isola il loro numero sia più che raddoppiato nelle province storicamente più interessate al fenomeno (Palermo, Catania, Messina, Ragusa e Trapani) e negli altri casi triplicato (Agrigento, Siracusa. Enna e Caltanissetta), incrementando di conseguenza anche l’incidenza sul totale della popolazione.

Toscana

Francesco Paletti
Caritas di Pisa
palefrance@gmail.com

Federico Russo
Università del Salento
fed.russo@gmail.com

Negli ultimi anni l’immigrazione è diventata, in Toscana, una componente strutturale del tessuto sociale, tanto che le sfide principali che riguardano il territorio sono, attualmente, quelle di un’inclusione che non sia limitata al mercato del lavoro.
Nel corso del tempo, accanto alle presenze migratorie originarie del continente asiatico (la provincia di Prato è uno dei grandi poli di attrazione della comunità cinese in Italia), sono cresciute le collettività dell’Europa dell’Est, in particolare neocomunitarie. Parallelamente, si è registrato un rallentamento degli arrivi da Paesi che hanno raggiunto una “maturità migratoria”, come ad esempio il Marocco e le Filippine: nazionalità, queste, che oramai crescono per lo più grazie alle nuove nascite e ai ricongiungimenti familiari.
La Toscana propone un modello di presenza estremamente parcellizzato a livello provinciale. Posto che Firenze, capoluogo di regione, assorbe una quota pari a circa un terzo del totale regionale, va sottolineata una significativa presenza straniera nella già richiamata provincia di Prato.
Nelle province di Arezzo, Pisa, Siena, Pistoia e Lucca si registra una presenza di media entità, mentre il numero dei migranti è più contenuto nelle province di Livorno, Massa Carrara e Grosseto.

Trentino Alto Adige

Per la Provincia Autonoma di Bolzano
Matthias Oberbacher
Accademia Cusano – Cusanus Akademie
oberbacher@gmail.com

Fernando Biague
Centro di Ricerca e Formazione sull’Intercultura
biaguefernando15@gmail.com

Salvatore Saltarelli
Fondazione Alex Langer
salvatore.saltarelli@gmail.com

Per la Provincia Autonoma di Trento
Serena Piovesan
Sociologa
Serena.piovesan@virgilio.it

Questa Regione si struttura in due Province autonome dal 1972, per cui la maggior parte delle competenze regionali sono state attribuite a ciascuna di esse.
Tuttavia, la struttura economica regionale è omogenea e il richiamo migratorio è simile, anche se si differenzia molto per la composizione della popolazione da un punto di vista linguistico e culturale, con la forte presenza di cittadini austriaci e tedeschi nella provincia di Bolzano, a differenza di quanto avviene in quella di Trento.
Inoltre, per quando riguarda la presenza irregolare, va attribuito al Trentino Alto Adige uno tra i più bassi tassi d’irregolarità d’Italia.
La Provincia autonoma di Bolzano
Il fenomeno dell’immigrazione si è andato radicando nella provincia altoatesina a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Da allora i flussi non hanno mai smesso di crescere, al punto che negli ultimi sei anni la popolazione straniera residente è più che raddoppiata. Si tratta ad oggi di un dato da considerare strutturale, anche per il suo apporto fondamentale.
La maggior parte della popolazione straniera (circa il 60%) è concentrata nella città di Bolzano. La consistente presenza di austriaci e tedeschi si lega al fatto che in questa provincia autonoma è elevata la presenza di stranieri con permesso per “residenza elettiva”, che scelgono di insediarsi in quest’area senza avere la necessità di esercitare un’attività lavorativa. Questi flussi migratori sono sensibilmente differenti rispetto a quelli per motivi di lavoro delle altre regioni italiane e non sorprende che qui la popolazione immigrata presenti una struttura demografica piuttosto concentrata nelle classi più mature.
La Provincia autonoma di Trento
Rispetto ai grandi centri urbani d’Italia, la provincia autonoma di Trento ha conosciuto tardivamente l’arrivo di cittadini stranieri, che solo dagli anni Novanta hanno dato luogo a un fenomeno di rilievo, proponendo così il Trentino come seconda e definitiva destinazione a molti già presenti in altre aree del Paese. La pendolarità delle presenze è facilitata dalla vicinanza geografica dai Paesi dell’Est, dai quali provengono in prevalenza gli immigrati.
Benché la struttura economica provinciale sia omogenea rispetto a quella della contigua Bolzano, sono sensibili le differenze della collettività immigrata, in primo luogo per la quota molto più contenuta di stranieri provenienti dall’Europa Centrale.
La popolazione straniera è ben distribuita sul territorio, sia nelle aree urbane che in quelle rurali, un fatto che determina un basso impatto sulla popolazione e crea, al contrario, le premesse per un buon inserimento nel tessuto sociale.

Umbria

Eleonora Bigi
ebigi@regione.umbria.it

È certamente Perugia con la sua provincia a giocare un ruolo determinante riguardo all’arrivo e all’inserimento degli immigrati in Umbria. Il numero degli stranieri residenti, infatti, ha continuato a crescere nel corso del primo decennio del 2000, facendo concentrare in tale provincia circa 8 immigrati su 10 presenti in regione, sebbene in proporzione Terni abbia conosciuto i tassi d’incremento più elevati, a conferma di un ritmo di ingressi comunque sostenuto anche in questo territorio.
In tutta la regione, del resto, è cresciuta sensibilmente l’incidenza degli immigrati sulla popolazione residente ed è aumentato anche il peso della componente femminile, arrivata ad essere maggioritaria (53%) alla fine del 2008, con una leggera preponderanza nella provincia di Terni.
In regione risultano attualmente rappresentati ben 150 gruppi nazionali, la maggior parte dei quali appartenenti alla UE. La quota più consistente degli stranieri residenti proviene, peraltro, dall’Europa orientale e, segnatamente, dall’area balcanica.

Valle d’Aosta

William Bonapace
Ricercatore
wbonapace@email.it 

È dalla fine degli anni Ottanta che la Valle d’Aosta è un polo d’attrazione per gli immigrati stranieri.
Le catene migratorie, che nel corso degli anni hanno unito questa regione all’intero pianeta, assumono una forma che non si discosta particolarmente dai più generali trend che caratterizzano il panorama nazionale: la distribuzione delle incidenze percentuali tra le varie nazionalità ripropone, infatti, le dinamiche migratorie osservate in Italia in questi ultimi anni.
Le particolarità di questa regione, dovute prevalentemente alle sue contenute dimensioni demografiche e amministrative, non hanno quindi impedito che nel corso degli anni si sia imposta come un’area d’inserimento per i flussi migratori diretti verso l’Italia.
Oggi il fenomeno migratorio in Valle d’Aosta ha visibilmente i caratteri della stabilità. Il primo motivo di richiesta di permesso di soggiorno è il lavoro, che rappresenta più della metà delle presenze totali, seguite dai motivi familiari.
Particolarmente interessante il dato relativo al tasso di irregolarità, uno dei più contenuti della Penisola.

Veneto

Gianfranco Bonesso
Esperto delle migrazioni
gianfranco.bonesso@comune.venezia.it

Gloria Albertin
CESTIM
glorialbertini@gmail.com

 

Flussi migratori di una certa consistenza diretti verso il Veneto sono iniziati, in forma embrionale, nel corso degli anni Settanta, ma solo alla fine degli anni Ottanta il fenomeno ha acquistato una rilevante visibilità sociale.
Nel corso di tutti gli anni ’80 e ’90 la regione ha conosciuto l’arrivo di migranti fuggiti dalla difficile situazione nella vicina ex-Jugoslavia che hanno trovato lavoro (le donne soprattutto come collaboratrici familiari e gli uomini per lo più nel campo edile), oltre che un rilevante numero di studenti universitari stranieri. Il contestuale aumento degli autoctoni che hanno scelto di continuare gli studi superiori induce a supporre che costoro lasceranno ancora aperte possibilità di inserimento nei settori meno qualificati del mercato occupazionale locale alla manodopera aggiuntiva proveniente dell’estero.
Attualmente, il Veneto è tra le primissime regioni italiane per numero di stranieri residenti, il che ha accresciuto anche l’incidenza degli immigrati residenti sulla popolazione regionale complessiva.
Gli stranieri presenti in Veneto sono per lo più insediati nelle province di Verona, Treviso e Vicenza, che ospitano nel complesso oltre il 60% delle presenze immigrate in regione e vantano anche i più alti tassi d’incidenza immigrata sulla popolazione totale; modesta è invece la concentrazione nelle aree di Belluno e Rovigo.