Antonio Ricci*
L’Europa ha smesso di chiedersi perché le persone fuggono. Ora si chiede solo dove scaricarle.
Non è solo un cambio di linguaggio, è un cambio di sguardo: dalle cause alle conseguenze, dalle responsabilità alla logistica, dalla politica alla gestione dei corpi. La domanda non è più perché accade, ma dove metterli. Meglio se lontano, meglio se invisibili.
La politica si riduce così a gestione dell’emergenza e controllo dello spazio: frontiere da rafforzare, accordi da firmare, hotspot e centri da riempire, procedure accelerate da applicare, droni da far volare. Ed è sempre più evidente che a monte vi è una domanda sbagliata, costruita per produrre risposte sbagliate ma funzionali a non cambiare nulla.
Ogni 67 persone che abitano questo pianeta, una è in fuga. Non è un’immagine retorica: è una proporzione esatta. 123 milioni di esseri umani costretti a spostarsi raccontano una verità che l’Europa continua a rimuovere: non siamo di fronte a una crisi passeggera, ma a una trasformazione irreversibile della geografia umana. Eppure Bruxelles risponde come se bastasse ridisegnare una linea su una mappa per fermare il mondo.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, le cui norme entreranno in piena applicazione nel giugno 2026, non nasce per governare questa trasformazione, ma per neutralizzarla politicamente. È un dispositivo di rimozione: del conflitto, delle responsabilità, dei corpi. La parola chiave non è più protezione, ma contenimento. E lo strumento simbolo di questa svolta ha un nome rassicurante solo in apparenza: “Paesi terzi sicuri”.
Un “Patto” per chi non vuole vedere
Il Parlamento europeo ha appena approvato in via definitiva le modifiche al regolamento sulle procedure di asilo dell’UE, con l’obiettivo dichiarato di consentire un esame più rapido delle domande. Contestualmente, ha adottato il primo elenco comune di Paesi considerati “sicuri”: Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Una scelta che imprime una direzione precisa alla nuova architettura europea, anticipandone gli effetti concreti.
In Italia, questa torsione si traduce già in scelte legislative altrettanto nette: l’11 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha trasmesso al Parlamento il disegno di legge di attuazione del Patto UE, insieme a ulteriori deleghe al Governo e a un pacchetto di norme che rafforzano il contrasto all’immigrazione irregolare, rilanciano l’idea del “blocco navale”, irrigidiscono i requisiti per la protezione complementare e i ricongiungimenti familiari, modificano il Testo unico sull’immigrazione e sulla protezione internazionale e ampliano il sistema di sanzioni e controlli. Non un semplice adeguamento tecnico, ma un cambio di paradigma.
Ma Paesi sicuri per chi?
Non per chi fugge, ma per chi non vuole vedere.
Il Patto poggia su un presupposto tanto semplice quanto falso: che le migrazioni siano un problema di confini. Oggi, invece, le migrazioni non sono mai “pure”. Non sono solo economiche, solo climatiche o solo belliche. Sono cumulative. Guerra, fame, crisi climatica, fragilità statale e disuguaglianze non si alternano: si rafforzano a vicenda. Il clima moltiplica i conflitti, la guerra distrugge ogni possibilità di adattamento, la fame diventa arma. Gaza non è un’eccezione: è un laboratorio brutale.
In questo mondo instabile, l’Europa non tenta di ridurre le cause della fuga. Tenta di spostarne la gestione altrove. In queste settimane l’Unione europea ha compiuto un ulteriore passo in questa direzione, accelerando la definizione di liste comuni di “Paesi terzi sicuri” verso cui trasferire richiedenti asilo considerati non meritevoli di accedere pienamente alle procedure europee. Non è un dettaglio tecnico. È il tentativo di normalizzare l’idea che la protezione possa essere cercata altrove, purché non qui. L’asilo non viene negato formalmente: viene geograficamente spostato.
I “Paesi terzi sicuri” servono esattamente a questo: trasformare il diritto d’asilo in una procedura di esternalizzazione permanente. Non importa se quei Paesi abbiano sistemi di tutela fragili, se siano attraversati da instabilità politica o se non dispongano di reali capacità di integrazione. Importa che siano abbastanza lontani da rendere la domanda invisibile allo spazio pubblico europeo.
Da richiedente asilo a “carico residuale”
È qui che il Patto compie il salto più significativo: istituzionalizza una protezione per delega. La responsabilità non scompare, si trasferisce. L’Europa non respinge direttamente, bensì incarica altri di farlo in nome della cooperazione, della gestione condivisa o della lotta ai trafficanti. Ma dietro il lessico amministrativo si intravede una scelta politica precisa: separare il diritto dal territorio in cui dovrebbe essere garantito.
Nasce così una nuova forma di “asilo condizionato”, in cui la protezione non dipende più solo dalla vulnerabilità della persona, ma dalla possibilità di ridirigerla verso un altro Stato considerato sufficientemente sicuro. Non sicuro in senso assoluto, ma abbastanza sicuro da sollevare l’Europa dall’obbligo di accoglierla.
Il dispositivo dei Paesi terzi sicuri non corregge le diseguaglianze del sistema d’asilo: le anticipa e le irrigidisce. La selezione avviene prima ancora che la storia individuale possa essere ascoltata. Non sei più un richiedente asilo: sei un caso da filtrare, trasferire, classificare. Un passaggio amministrativo lungo una catena di responsabilità sempre più opaca, insomma un file logistico o addirittura un “carico residuale”.
Il doppio standard è ormai evidente. Con l’Ucraina, grazie all’attivazione unanime della Direttiva sulla protezione temporanea (2001/55/CE) nel marzo 2022, l’Europa ha dimostrato di saper aprire le frontiere, sospendere le regole, garantire protezione immediata. È stata una scelta giusta. Ma non neutra. Perché lo stesso automatismo non vale per chi fugge dal Sahel, dal Corno d’Africa, dall’Afghanistan o dal Bangladesh sommerso dall’acqua. Qui entra in gioco la prossimità: geografica, culturale, razziale. Chi ci somiglia entra, chi no viene spinto più a Sud.
Non è cooperazione.
È gerarchia globale.
Un brutale apartheid giuridico
E mentre l’Europa costruisce questo apartheid giuridico, ignora il dato più clamoroso: quasi il 60% delle persone in fuga non attraversa alcun confine internazionale. Sono sfollati interni. Persone che si muovono perché il proprio territorio è collassato. Questa non è una crisi dei confini, è una crisi dei territori. Ma il Patto risponde con più frontiere, più filtri, più respingimenti legalizzati.
Il risultato è un paradosso cinico: meno arrivi visibili, più morti invisibili. Meno responsabilità dirette, più violazioni delegate. Con oltre 33mila dispersi tra il 2004 e oggi, il Mediterraneo resta una fossa comune, solo più distante dalle capitali europee. E intanto gli stessi Stati che alzano muri riconoscono carenze strutturali di manodopera, programmando ingressi “necessari” mentre criminalizzano chi arriva “nel modo sbagliato”. Corpi richiesti quando servono, respinti quando chiedono diritti.
Il Patto migrazione e asilo non rappresenta un compromesso realistico. È piuttosto una resa politica travestita da governance. Rinuncia ad affrontare le cause strutturali della mobilità forzata e preferisce limitarsi alla gestione degli effetti. Trasforma il diritto d’asilo da principio universale in una procedura condizionata, negoziabile, esternalizzabile.
Ma il mondo non si ferma perché l’Europa arretra. E le persone non smettono di fuggire perché qualcuno le definisce “inammissibili”.
Continuando a trattare le migrazioni come un problema di frontiere – e non di guerra, clima, fame e disuguaglianze – l’Europa perfeziona solo i propri meccanismi di esclusione. Come ha scritto il filosofo Achille Mbembe, il potere contemporaneo decide sempre più spesso chi può vivere e chi può essere lasciato morire. Il Patto non fermerà la mobilità umana: renderà semplicemente più brutale la selezione di chi ha il diritto di sopravvivere al viaggio.
Per ulteriori approfondimenti
Comunicato Stampa del Parlamento europeo: “Asilo: via libera alle nuove norme sui paesi terzi e paesi di origine sicuri” (10/2/2026)
Comunicato Stampa del Consiglio dei Ministri n. 161 su Disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024 (disegno di legge) (11/2/2026)
* Vicepresidente Centro Studi e Ricerche IDOS.
