Il caso dei sei sanitari di Ravenna che avevano certificato l’inidoneità di alcuni migranti al trasferimento nei Cpr: lanciata la petizione “la cura non è un reato”, sostenuta anche dalla SIMM, contro la criminalizzazione della cura e per affermare il diritto universale alla salute

Il 12 febbraio 2026 segna una svolta critica nel rapporto tra medicina e sicurezza pubblica: il reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale di Ravenna viene perquisito e sei medici sono indagati per aver certificato l’inidoneità di persone migranti al trasferimento nei CPR. “L’episodio non è solo giudiziario, – sottolinea una nota della Simm (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), – ma mette in discussione autonomia e deontologia medica, poiché una valutazione clinica prevista dalla legge viene trattata come atto di polizia. Il Codice di Deontologia Medica impone al medico di agire in scienza e coscienza per tutelare la salute, soprattutto dei soggetti vulnerabili; subordinare questo giudizio a esigenze di ordine pubblico mina un pilastro del sistema sanitario”.

Le certificazioni contestate, spiega l’organizzazione, si basano su evidenze scientifiche che descrivono i CPR come contesti patogeni, come ribadito anche da un policy brief della World Health Organization, che segnala rischi elevati di malattie infettive e disturbi psichici legati alla detenzione amministrativa dei migranti. In questa prospettiva, il medico non ostacola la legge, ma previene un danno certo, applicando il principio di non maleficenza, posizione sostenuta anche dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.

“Gravi anche le modalità dell’intervento, – continua la nota della Simm: – un massiccio dispiegamento di forze in un reparto operativo ha umiliato il personale, interrotto un servizio pubblico e creato un clima intimidatorio incompatibile con la cura. È in gioco l’Articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto universale, indipendente dallo status giuridico, garantibile solo preservando l’indipendenza del giudizio medico”.

Cresce intanto la mobilitazione di medici, giuristi e cittadini: in una petizione sostenuta anche dalla Simm si chiede solidarietà ai colleghi indagati, una presa di posizione della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri e l’intervento del Garante nazionale delle persone private della libertà.

Il Centro studi e ricerche Idos sostiene la petizione e invita tutti a firmare a difesa dell’autonomia medica e del diritto universale alla salute, affermando che curare non può diventare un reato e che colpire la libertà della medicina mette a rischio la democrazia.

Clicca qui per firmare.

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