I contributi di Diego Battistessa e Maurizio Ambrosini al Dossier 2025
offrono un quadro globale delle ipocrisie e delle contraddizioni delle attuali politiche migratorie occidentali
“Quando in Europa guardiamo alle politiche migratorie di Donald Trump (…) tendiamo a reagire con distacco o persino con disprezzo. Lo descriviamo come una figura grottesca, l’incarnazione di una destra autoritaria e razzista, priva di sfumature. Eppure, ciò che raramente siamo disposti ad ammettere è che quello che tanto condanniamo in Trump non è poi così diverso dalle nostre stesse pratiche. Al contrario, in lui vediamo il riflesso più nitido, spietato e brutale di ciò che l’Unione europea ha già istituzionalizzato da anni – spesso con meno clamore, ma con pari violenza e determinazione”.
È l’incipit di “Trump 2.0 e la ‘Fortezza America’: uno specchio dell’Europa”, il contributo del ricercatore Diego Battistessa al Dossier statistico immigrazione 2025 realizzato da Idos. Un capitolo che illumina con efficacia ciò che è accaduto in questo primo anno del nuovo mandato del tycoon americano: non solo una aumentata criminalizzazione – e militarizzazione – del fenomeno, ma anche la caduta della maschera di un’Europa che si differenzia dalle politiche trumpiane “solo sul piano morale”. La sintesi di Battistessa è infatti impietosa: “Trump dice quello che l’Ue fa senza dirlo”.
Secondo il docente all’università Carlos III di Madrid, mentre “l’Ue riveste la sua politica di un linguaggio umanitario, di ‘cooperazione’ e ‘sviluppo’, Donald Trump la dichiara apertamente come difesa della nazione. In ambedue i casi l’impatto sulla vita delle persone migranti è lo stesso, cambia solo il discorso pubblico, perché per chi fugge da danni ambientali provocati da compagnie europee e Usa, carestie, violenza armata, crisi climatica o colpi di Stato, il muro è lo stesso: si scrive El Paso e si legge Melilla, si scrive Arizona e si legge Lampedusa”.
A supporto delle sue conclusioni, Battistessa ripercorre nella sua analisi i principali strumenti usati dal presidente Usa per rilanciare la sua “politica migratoria apertamente xenofoba, fondata sulla criminalizzazione sistematica dei migranti”. Dall’ondata di arresti attuati dall’agenzia federale Ice, alle deportazioni di migliaia di persone nel carcere lager di San Salvador; dalla sospensione degli ingressi di migranti in condizioni di estrema vulnerabilità, all’aver rispolverato una legge di 230 anni fa per ottenere poteri eccezionali. Ma al di là dei mezzi usati, scrive Battistessa, “il punto è che Trump non ha inventato la criminalizzazione della migrazione, l’ha perfezionata”, copiandola a modo suo (e qui l’autore fa vari esempi) da un’Europa in cui “la narrazione del migrante come minaccia si è consolidata al punto da diventare un pilastro istituzionale da oltre vent’anni”.
“Importatori riluttanti” di manodopera straniera
Quella stessa Europa che è ormai prigioniera di un “paradosso populista”, come lo definisce il sociologo Maurizio Ambrosini in un altro capitolo del Dossier 2025. Una Unione le cui politiche migratorie “oscillano tra due esigenze contrapposte”. Quella del “contrasto agli ingressi indesiderati, che in Italia si traduce nella lotta agli sbarchi e nella restrizione delle possibilità di chiedere e ottenere asilo”, mediante la quale “il governo Meloni tenta di soddisfare le attese dei suoi elettori, dopo averle alimentate con martellanti campagne di criminalizzazione degli immigrati, etichettati come una marea montante d’invasori alle porte” (“la vicenda fin qui fallimentare dei centri in Albania è solo l’anello più noto di una catena di misure ostili”).
E quella “del programmi di attrazione di manodopera dall’estero”, che sta facendo tornare vari governi europei “ad essere importatori riluttanti” di lavoratori stranieri. Nel caso italiano, spiega Ambrosini, il paradosso populista si sostanzia dei decreti-flussi che aggiungono “qualche decibel in più alla cacofonia della contraddizione rispetto ai nostri vicini, sia per il grande risalto delle misure di contrasto, sia per i numeri da record dei lavoratori ammessi”, quasi un milione programmati tra il 2023 e il 2028. “Pochi hanno fin qui notato – chiosa l’autore – come queste misure siano lontane dal discorso ufficiale di un governo che dichiara in ogni sede la sua contrarietà all’idea di un’Italia multietnica”.
Il problema, però, è che la procedura dei decreti flussi non ha mai funzionato (nel 2023 meno dell’8% delle quote previste si è tradotto in impieghi effettivi), facendo emergere la più forte contraddizione del passaggio “dalle politiche dichiarate a quelle realizzate”. Inoltre, vari altri “macigni” originati dalle campagne anti-immigrati pesano sull’accoglienza dei lavoratori. E qui il docente dell’Università Statale di Milano produce una dettagliata analisi di provvedimenti come l’inasprimento delle norme per i ricongiungimenti familiari, quelle sulla libertà di culto, persino “i divieti che hanno colpito il gioco del cricket”: atti che contrastano “con il proposito di promuovere un’immigrazione integrata” e che “aggiungono messaggi di inimicizia al quadro già deficitario dei rapporti tra istituzioni pubbliche e minoranze pacificamente (e utilmente) insediate sul territorio”.
Anche se, grazie alla loro disponibilità ai lavori più umili e con meno diritti, e alla loro resilienza, i migranti proseguono nel loro percorso, la conclusione di Ambrosini è amara: “Una politica di accettazione del lavoro immigrato, accompagnata però dalla compressione dei diritti e delle istanze delle persone che offrono quel lavoro, rischia di far saltare il patto implicito che sostiene la collaborazione, e di alimentare nel tempo separazione, diffidenza, integrazione debole e incerta”.
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