Uno sviluppo impetuoso, ma inizialmente avvenuto come risposta adattiva alla crescente domanda di beni e servizi a basso costo. E che ora richiede politiche socioeconomiche capaci di incidere su problemi strutturali

 di Maria Paola Nanni*

 La crescente imprenditorialità delle persone di origine straniera è un dato noto e consolidato, che ha catturato da tempo l’interesse di analisti e decisori pubblici. Già nel 2013, con il Piano d’Azione Imprenditorialità 2020, la Commissione europea invitava gli Stati membri a prestare specifica attenzione al dinamismo imprenditoriale dei migranti. Ed è anche da queste sollecitazioni che, l’anno successivo, è nata la prima edizione del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria, di cui è stato appena presentato l’ultimo aggiornamento.
Le ragioni sono chiare: il contributo alla tenuta – e in prospettiva al rilancio – della base di impresa, l’apporto alla rigenerazione dei tessuti socioeconomici locali, la spinta all’innovazione, all’internazionalizzazione e al rinnovo della creatività, fino all’impulso – tutt’altro che secondario – alla progressione dei percorsi di integrazione delle persone immigrate (in termini di spinta all’occupazione, alla mobilità e all’inclusione paritaria).

Ridurre il fenomeno a una narrazione lineare e tutta positiva sarebbe, però, fuorviante. Fermo restando il portato strategico insito nell’imprenditorialità degli immigrati, c’è da chiedersi quanto – ad oggi – questo potenziale si concretizzi su un piano di realtà. E quanto pesino, nel limitarne la piena espressione, le logiche di stratificazione occupazionale che caratterizzano i nostri assetti socioeconomici, intrecciate con i mali sistemici del tessuto produttivo del Paese.

Svantaggiati in partenza
In questa prospettiva, l’imprenditorialità immigrata è un fenomeno ambivalente. Ci dice del dinamismo occupazionale dei migranti e della loro capacità di ricorrere e rincorrere gli spazi di inserimento loro accessibili (spesso riuscendo ad innescare meccanismi di auto-promozione e raggiungendo un buon grado di integrazione); ma ci dice – allo stesso tempo – di un posizionamento nel tessuto imprenditoriale ampiamente condizionato dalla maggiore, peculiare, debolezza del loro profilo-socioeconomico (lo stesso che ne alimenta il dinamismo).
Negli ultimi quindici anni, a fronte di crisi ricorrenti e della persistente contrazione della base di impresa, le attività indipendenti dei migranti hanno continuato a sostenere gli assetti complessivi, distinguendosi per una vitalità anticiclica e confermandosi come una componente strutturale del sistema produttivo del Paese.

Le loro traiettorie di inserimento si sviluppano, però, in larga parte, entro vincoli ben precisi e nascono come una risposta adattiva a condizioni di partenza svantaggiate (capitale economico limitato, reti professionali deboli, accesso difficoltoso al credito), se non alla mancanza di alternative. Davanti al progressivo, marcato ritiro degli operatori autoctoni, gli immigrati hanno continuato a garantire – innanzitutto – le mansioni e le funzioni meno attrattive, più tradizionali, meno remunerative e più facilmente esposte all’informalità e alle derive che ad esse si legano. Si pensi ai meccanismi del subappalto a cascata o alla crescente domanda di beni e servizi a basso costo e sempre disponibili.
Un’evoluzione, questa, che riflette le trasformazioni del corpo sociale del Paese, i suoi assetti socioeconomici e il ruolo fisiologico, strutturale ma subalterno, assunto dalla popolazione di origine straniera, canalizzata in mansioni sì funzionali agli equilibri complessivi e a una certa tenuta occupazionale, ma in cui tanto il contributo al rilancio della competitività quanto le possibilità di mobilità socioeconomica restano latenti.

Oltre la logica dell’autoimpiego e del rimpiazzo
È in questa tensione tra portato innovativo e riproduzione degli assetti socioeconomici esistenti che emerge il carattere ambivalente del fenomeno. L’imprenditorialità immigrata è, allo stesso tempo, un possibile vettore di rimodulazione del tessuto occupazionale e produttivo del Paese e uno specchio delle sue disuguaglianze e criticità.
Da qui la necessità di uno sguardo capace di andare oltre le semplificazioni. Comprendere le caratteristiche strutturali e le traiettorie evolutive del tessuto imprenditoriale degli immigrati – anche attraverso la lente statistica – non è un esercizio descrittivo, ma un passaggio utile per orientare le politiche nel senso di una maggiore equità e di uno sviluppo più sostenibile ed equilibrato. Il nodo non è soltanto sostenere la crescita quantitativa del fenomeno, ma orientarlo verso forme più “inclusive” e “innovative”, in senso lato.
In questa prospettiva, le analisi raccolte nell’ultimo Rapporto evidenziano delle linee di evoluzione in lenta, ma progressiva controtendenza, su cui si richiama l’attenzione degli attori istituzionali (il rafforzamento delle forme societarie, la diversificazione dei settori di attività, una considerevole integrazione nelle filiere produttive, l’attenuazione delle cd. “specializzazioni etniche”, la crescente partecipazione femminile).
Si tratta, infatti, di traiettorie evolutive che richiamano, sottotraccia, quel molteplice potenziale di crescita con sviluppo individuato – ormai da oltre un decennio – come il target delle politiche pubbliche. Dinamiche da sostenere e valorizzare, nell’ottica di un rilancio della competitività e della coesione sociale, ovvero di una rigenerazione qualitativa, oltre che quantitativa dello stesso tessuto di impresa.
Farlo, nel quadro attuale, implica la capacità di svincolare il dinamismo spontaneo dei migranti dalle logiche del mero autoimpiego di necessità e del rimpiazzo nelle funzioni più tradizionali e a basso valore aggiunto, riconoscendo anche la spinta costruttiva che può scaturire da esperienze dall’iniziale impronta costrittiva.

La necessità di politiche “di sistema”
In questa direzione, la strutturazione di piani di sostegno integrati e diversificati rappresenta un passaggio importante. Vanno introdotte strategie di intervento che siano – allo stesso tempo – differenziate e organiche: capaci di cogliere i bisogni specifici degli addetti di origine straniera e di insistere sulla riduzione dell’impatto di problematiche strutturali.
Si tratta di investire, in un’ottica di sistema, tanto sulla diffusione e l’accessibilità di specifici programmi di formazione e accompagnamento, quanto sulla semplificazione burocratica. Di ampliare gli strumenti di finanziamento e garanzia (per colmare il divario di capitalizzazione iniziale). Di ridurre l’impatto di sistemi di produzione e di fornitura di beni e servizi sempre più frammentati e discontinui, che scaricano sui soggetti più “deboli” l’onere di adempiere ai compiti più pesanti e meno remunerativi, in cui resta forte l’influenza del sommerso e il rischio di sfruttamento.
Altro passaggio di rilievo – utile a incrinare le logiche di stratificazione dei ruoli occupazionali e produttivi e a promuovere esperienze di impresa solide, innovative e aperte alla dimensione transnazionale – è il sostegno alla diffusione di basi imprenditoriali “miste” (o “ibride”): le possibilità di crescita e sviluppo di un’impresa si accrescono se sostenute da reti di collaborazione di stampo interculturale.
In ultima analisi, la posta in gioco supera i confini del fenomeno stesso. Riflette la “nuova” configurazione della società italiana, rivela la capacità dell’immigrazione di metterne in luce le caratteristiche e le contraddizioni ed evidenzia le sfide strutturali che siamo chiamati ad affrontare.

* Centro Studi e Ricerche IDOS.

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