Una lunga inchiesta del settimanale smaschera il corto circuito del lavoro migrante, con dati, voci di esperti e di stranieri coinvolti.
“Un meccanismo che favorisce anche lavoro nero, sfruttamento, evasione ed economia sommersa”
Le denunce degli ultimi mesi – tra cui quella del Centro studi Idos dello scorso ottobre anche su dati della campagna “Ero straniero” – sono diventate l’oggetto di una bella inchiesta firmata da Leonardo Passeri su l’Espresso di questa settimana. Con una coralità di voci e dati, il settimanale fa emergere il ritratto di una gestione dei flussi di lavoratori stranieri sempre più distante dalla realtà che pretende di governare. I numeri ufficiali parlano di programmazione e apertura: 452mila ingressi previsti nel triennio 2023-2025 e altri 497mila per il periodo 2026-2028. Ma dietro le cifre si nasconde un sistema che funziona a singhiozzo e produce soprattutto precarietà, attese infinite e irregolarità non volute.
Secondo i dati raccolti da “Ero straniero”, il tasso di successo – cioè la percentuale di persone che riescono effettivamente a entrare in Italia e a completare l’intero iter – è stato appena del 13 per cento nel 2023 e addirittura del 7,8 per cento nel 2024. Un fallimento strutturale che non dipende dalla mancanza di domanda di lavoro, ma da una procedura farraginosa in cui ogni passaggio si trasforma in un potenziale punto di blocco.
Il nodo più critico è il rilascio dei visti di ingresso per motivi di lavoro da parte delle ambasciate italiane all’estero. Come spiega Francesco Mason dell’Asgi, l’accesso ai servizi consolari è spesso filtrato da sistemi di prenotazione gestiti da soggetti privati, privi di adeguati controlli pubblici. Un collo di bottiglia che paralizza migliaia di progetti migratori prima ancora che possano iniziare. E anche per chi riesce a entrare in Italia, il percorso è tutt’altro che concluso. Occorre presentarsi in prefettura per sottoscrivere il contratto di soggiorno insieme al datore di lavoro, che spesso risulta irreperibile. Se l’iter non si chiude, il lavoratore diventa irregolare sul territorio, pur non avendo alcuna responsabilità nei vizi della procedura. Resta così senza garanzie occupazionali e senza tutele.
È su questo punto che l’analisi di Idos assume un rilievo centrale. Come sottolinea a l’Espresso Ginevra Demaio, nel 2023 sono stati rilasciati appena 179 permessi temporanei per attesa occupazione, a fronte di migliaia di potenziali lavoratrici e lavoratori stranieri colpiti dalla disfunzione burocratica. Un dato che fotografa l’assenza quasi totale di strumenti di salvaguardia per chi rimane intrappolato nei meccanismi amministrativi, pur avendo seguito le regole. Come racconta Gennaro Santoro dell’associazione Antigone, capita che lavoratori in regola restino per anni in attesa di un appuntamento in prefettura. Trascorso il termine massimo, nonostante stipendi pagati e contributi versati, scivolano nell’irregolarità.
Una distorsione che, secondo Luca Di Sciullo, presidente di Idos, non viene corretta neppure dagli interventi più recenti del governo. «Persino il nuovo decreto flussi del 1° dicembre 2025», osserva, «vara solo leggeri correttivi formali che non sfiorano neanche la gravità sostanziale del problema e mantengono di fatto un meccanismo che favorisce immigrazione irregolare, lavoro nero, sfruttamento, evasione ed economia sommersa». Una denuncia che ribalta la narrazione ufficiale: non è l’assenza di regole a produrre irregolarità, ma il loro cattivo funzionamento.
